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    Il Verbo che si fa breve, il Verbo che si fa Parola, la Parola che si fa Scrittura, la Scrittura che si fa bacio.
    Il mistero dell’Incarnazione è la prima rivelazione che Cristo ha fatto di sé a Bernardo, rivelazione che spiega la sua vocazione alla vita monastica, che sostiene il suo ministero di abate, che dà luce al suo compito di predicatore della Parola e forza al ruolo di costruttore dell’Europa, diventando il punto sorgivo della sua contemplazione e del suo servizio alla Chiesa.
    Presentiamo qui l’arco dei sermoni per il tempo liturgico che abbraccia il mistero della Natività fino alle tre manifestazioni dell’Epifania: la nascita, il Battesimo di Gesù e le nozze di Cana. In essi mentre si illumina il mistero del Verbo immenso fatto Bambino, della sua regalità del suo sacerdozio, viene alla luce il mistero della creatura umana creata a sua immagine e il mistero della Chiesa grembo della sua rigenerazione dalle fonti della misericordia.
    La teologia di Bernardo nasce dalla sua esperienza della liturgia nella comunità monastica e ad essa è rivolta, come pure è rivolta a tutti coloro che seguono il Verbo incarnato con lo stesso cuore umile e appassionato del cantore di Maria.

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    Il volume racconta la storia dei Domenicani in Asia Minore attraverso la vita della comunità italiana di Istanbul, e non solo. Grazie allo studio dei documenti custoditi nell’Archivio domenicano del convento di Sen Piyer (Santi Pietro e Paolo) a Galata, sono riemerse dall’oblio del tempo e dalla polvere delle carte le tante vicende di uomini e donne che hanno avuto un ruolo significativo per la presenza dei frati Predicatori in Turchia e più in generale per la storia culturale della città di Costantinopoli/Istanbul. Il volume ripercorre la lunga parabola dell’Ordine Domenicano in Turchia e in Terra Santa, dall’autunno del medioevo fino alla nostra contemporaneità e all’indomani dell’ottocentesimo anniversario della Confermazione della Regola dell’Ordine (1216/2016). Nella cosmopolita Costantinopoli bizantina, prima, e nella capitale ottomana, poi, i Domenicani furono costantemente presenti, sebbene con alterne vicende. Le tracce monumentali e quelle «umane» sono oggetto specifico dei saggi che il volume raccoglie. Negli ultimi due secoli la rinnovata comunità dei frati italiani ha salvaguardato e custodito nel convento di Galata – riedificato nel 1843 su progetto dell’architetto ticinese Giuseppe Fossati – le memorie dei padri che lo hanno abitato, dei cenobi di Smirne, di Bakirköy e naturalmente della comunità levantina di Istanbul, che ne documentano la storia a cavallo tra la fine dell’impero ottomano e la nascita della Repubblica turca, fino ad oggi.
    L’opera è suddivisa in tre principali sezioni: «Storia e topografia», «Architettura e storia dell’arte» e «Letteratura e storiografia». Una seconda parte è dedicata ai contenuti della mostra che si è tenuta negli ambienti del convento domenicano dal dicembre 2016 a febbraio 2017, in cui sono stati presentati preliminarmente i risultati di questa ricerca a un pubblico più vasto. Più in generale il volume muove dall’intento di restituire e consegnare alle generazioni future la complessa dimensione identitaria e la ricchezza storico-culturale di un luogo che affonda le sue radici nell’eredità classica, ma che non ha mai rinunciato a farsi interpellare dalla co-presenza di culture diverse pacificamente conviventi.

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    Dal VI secolo la Regola di San Benedetto ritma il quotidiano di numerose comunità monastiche nel mondo. Serve anche come guida a laici che si riconoscono nella spiritualità benedettina e, fenomeno recente, a capi di impresa. In un’esplosiva introduzione, Dom Guillaume disegna quindici secoli di epopea e di influenza benedettina. Per lui il monachesimo incarna la sintesi più compiuta del cristianesimo rispondendo a tre campi in cui la sete dei nostri contemporanei è profondamente viva: la spiritualità, la teologia e l’arte di vivere. Da qui nasce il suo credo che stupirà molti: il XXI secolo sarà monastico, o non sarà.

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    Secondo numero dell’annata 2016, che ritorna alla veste solita dopo l’uscita del numero doppio dedicato alla violenza. Vengono qui analizzate due encicliche, una di papa Francesco, la Laudato si’, e l’altra di Giovanni Paolo II, la entesimus annus. D. Pagliacci rilflette sul significato antropologico della morte e sul delicato tema della sua dignità, mentre R. Ragonese ci parla delle relazioni interpersonali. A diversi personaggi della nostra contemporaneità
    sono dedicati, invece, ben tre contributi i cui gli autori (A. Cortesi, F. Mandreoli e G. Ceccolini) ci presentano, rispettivamente, Yves Congar e Marie-Dominique Chenu durante il Concilio Vaticano II, il cardinale Giacomo Lercaro e il filosofo Giangiorgio Pasqualotto con le sue riflessioni sull’interculturalità del mondo moderno. Completano il numero le consuete recensioni e segnalazioni.

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    L’eredità culturale e spirituale di Thomas Merton, a mezzo secolo dalla scomparsa, non tende a spegnersi, persistendo una miriade di studi intorno alla sua imponente opera che spazia in ambiti diversificati come la mistica cristiana, la vita contemplativa, il rinnovamento monastico, l’azione sociale, le varie religioni nel mondo e la condizione intima dell’uomo indagata anche attraverso un’ampia produzione poetica. Affrontare la sua figura significa seguire gli stessi percorsi apparentemente indipendenti della sua scrittura, che trovano l’elemento unificante nella volontà di mettere in luce le esigenze latenti di un’umanità confusa, esiliata dalle verità più profonde. Attraverso il pellegrinaggio geografico e spirituale di Merton si coglie l’archetipo dell’uomo in una continua ricerca, che fa esperienza di Dio nella vita contemplativa per porsi poi in quello stato di irrilevanza, di marginalità che facilita la genuina apertura verso altri mondi, altre culture, verso una moltitudine di persone che possono far confluire le differenze in un’antica, originaria unità.
    Questo volume traccia l’evoluzione e il dispiegarsi della vita di Merton in una serie di fasi ove la mistica si coniuga con i problemi del mondo e con quelli dell’esistenza umana.

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    La collezione di incunaboli della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze è una delle più ricche e complete nel panorama delle biblioteche italiane e quindi rappresenta una tappa fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi alla storia della stampa del XV secolo. Sono qui raccolti esemplari della produzione veneziana, romana, milanese, oltre che fiorentina e anche di alcuni centri minori, quali ad esempio Foligno, Gaeta, Messina, Ascoli, L’Aquila, senza contare le numerose edizioni stampate all’estero. Nonostante l’importanza del fondo di questo Istituto, non esisteva ancora, fino ad oggi, una catalogazione completa e aggiornata.

    Questo volume, senz’altro imponente, colma tale lacuna e presenta, per la prima volta, un catalogo completo degli incunaboli della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze ordinati alfabeticamente per autore, con numerazione progressiva. Ampio spazio è dato, infatti, alle schede che presentano sia i riferimenti bibliografici che una descrizione completa dell’esemplare e che sono integrate, nella parte finale, da accurati indici tematici (delle collocazioni, dei luoghi di stampa, delle provenienze, dei possessori e dei tipografi). Questo volume si configura quindi come un indispensabile strumento di lavoro per i ricercatori e gli addetti del settore e costituisce un importante tassello per lo studio della storia delle biblioteche e del libro.

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    Una fotografia della presenza svizzera sul territorio fiorentino oggi non può prescindere dai suoi numerosi e profondi legami col passato. Ma il contributo degli Svizzeri a Firenze continua nel nostro presente. Questa serie di saggi affronta molteplici aspetti – alcuni dei quali inediti – del rapporto tra Firenze e la Svizzera, un rapporto sul quale in anni recenti si è concentrata l’attenzione di alcuni ricercatori storici. In questo volume vengono approfondite questioni storiche, politiche, economiche e culturali dei numerosi elementi che caratterizzano da secoli il dialogo tra Firenze e la Confederazione Elvetica, senza dimenticare alcune puntualizzazioni di metodologia storiografica. Un viaggio insolito tra figure e istituzioni che continuano a influenzare la vita sociale e culturale della città.

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    Geopolitica, guerre, religioni

    L’attenzione ai processi storici e sociali che attraversano l’Europa nel quadro delle relazioni mondiali si radica nel convincimento che all’interno dei contraddittori percorsi storici dell’umanità si attua una storia di salvezza, irraggiata in quelli che il Vaticano II ha definito «i segni dei tempi» che rinviano ad una chiamata di Dio rivolta a tutta l’umanità. Abbiamo anche sempre sottolineato come un punto privilegiato di osservazione per le questioni che interessano tutta l’umanità e la vita del pianeta dovesse essere il Mediterraneo, perché questo mare segna confini ma unisce anche mondi diversi, storicamente in relazione. Tra le sponde di questo mare si possono cogliere processi di portata universale in un mondo interconnesso come mai prima. La sua storia, il suo passato, ma anche il suo presente, se osservati con attenzione, ci permettono di comprendere quanto sta avvenendo e come poter agire. I processi di rivolgimento che investono da anni l’intera area medio-orientale e il Magreb evidenziano certamente le inquietudini dei popoli, ma sono non meno determinati anche dagli interessi economici, soprattutto dei paesi occidentali, che ruotano attorno alla ricchezza di combustibili fossili presenti in quelle regioni. Dal nostro punto di vista, non possiamo non continuare ad interrogarci sulla possibilità di relazione tra culture e religioni attorno al «grande lago di Tiberiade» – riferimento evangelico con cui Giorgio La Pira indicava il mare Mediterraneo.

     

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    Itala Mela, monachesimo e mondo

    Itala Mela, insegnante di lettere, fece della scuola la sua missione, in parallelo all’attività nella Fuci (primi anni Venti del secolo scorso) fino a quando la malattia infranse il progetto di una monacazione in Belgio per partecipare poi a una fondazione benedettina in Italia che si ispirasse al rinnovamento liturgico che si stava diffondendo. A poco a poco si impose, per inabilità all’insegnamento, la rinuncia alla cattedra statale. In casa – coi genitori prima, poi il padre e la zia non credenti – visse i voti dell’oblazione benedettina secolare consacrata, forte della Regola di san Benedetto che le dava il perimetro esterno di un cammino imperniato su una vocazione unica, nitida fin dal 1930: «La volontà di Cristo, che io sento imperiosa nel profondo della mia anima, è di trascinarmi, d’immergermi con Se stesso negli abissi della Santissima Trinità». Dopo lo sfollamento sull’Appennino durante il secondo conflitto mondiale, Itala riuscì a dedicarsi – in obbedienza al vescovo di La Spezia, la sua città – all’animazione del mondo culturale e cattolico tra il 1946 e il 1953, presenziando o seguendo da lontano le iniziative che suscitava. Alla sua morte è stato consensuale il riconoscimento della sua «immensa capacità di donazione umana» e dell’esercizio effettivo di amare verso tutti «con profonda tenerezza».

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    La teologia nell’inquieto
    viaggio spirituale di Thomas Merton

    Molte sono le costanti del pensiero di Thomas Merton, grande figura di mistico e pensatore, a suo tempo ispiratrice addirittura della Pacem in terris, che di volta in volta gli studiosi hanno approfondito: il gusto dell’eccesso e dello spirito libero che stanno alla base del suo essere monaco; la critica della ragione che mortifica la creatività; l’Amore e la sua centralità; la Sapienza come motore e fine della divinizzazione dell’uomo. I brani raccolti in questo volume si muovono tutti lungo questi assi e sono il frutto dell’incontro tra i più grandi studiosi odierni di Merton: Maurizio Renzini, Bernard Sawicki, Mario Zaninelli e Paolo Trianni, ai quali si aggiunge Jonathan Montaldo. La figura del mistico, i suoi scritti spirituali, le sue ricerche esistenziali, rimangono a tutt’oggi decisamente attuali, e anzi col senno di poi se ne riesce a cogliere (per esempio a proposito dell’invadenza delle nuove tecnologie, o della necessità del dialogo tra le religioni) la spiccata carica profetica. Merton ha ancora molto da dire alle generazioni attuali: la sua visione di una spiritualità profondamente incarnata nella drammaticità dell’esistenza umana (che fu poi in definitiva la chiave del suo successo letterario, costringendo il lettore all’immedesimazione) è oggi un linguaggio accattivante per la metanoia dell’uomo disperante della post-modernità. Promuovere la lettura e lo studio di Merton è in tal senso non solo accademia, ma percorso di evangelizzazione a partire dalla più vera e drammatica esperienza umana attuale.

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    La raccolta di studi di questo volume è proseguimento di una serie di ricerche condotte negli anni sugli aspetti storici e artistici del complesso di San Domenico di Pistoia promosse dal Centro Espaces “Giorgio La Pira”. Si connota come ulteriore approfondimento sulle tessere di quel colorato mosaico del complesso di San Domenico composto di molteplici aspetti della storia della comunità dei domenicani di Pistoia in relazione e nella partecipazione alla vita della città.

    In particolare i saggi di questo volume focalizzano l’attenzione sulle opere pittoriche conservate nella chiesa in rapporto alle committenze, alle attribuzioni, ai caratteri stilistici e alla loro iconografia.

    Tale opera di studio e di memoria risulta particolarmente rilevante in quest’anno, in cui ricorre l’800° anniversario dalla fondazione dell’Ordine domenicano e la nomina di Pistoia a Capitale della cultura in Italia 2017.

    La felice coincidenza di queste due date è motivo per scorgere come nella storia, in modi nuovi e sempre diversi, un’eredità di spiritualità e di vita può essere ancora contributo – nel reciproco dare e ricevere – alla vicenda della città. Quest’ultima è spazio di convivenza e di formazione di un “noi” plurale. In tempi in cui sono presenti segnali tragici di sgretolamento dei legami sociali, di barbarie e di disprezzo per tutto ciò che rappresenta il cammino culturale dell’umanità nelle guerre e distruzioni in atto, questa fatica editoriale trova il suo senso nel farsi proposta di un orizzonte di collaborazione e dialogo quale unica via feconda per un futuro insieme.

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    La Santa Montagna dell’Athos, ultimo grande rifugio dei monaci dell’impero bizantino, che l’invasione araba prima e poi l’avanzata dei turchi selgiuchidi avevano progressivamente risospinto a occidente, è il cuore spirituale dell’Ortodossia: luogo di ricerca di Dio e accoglienza dell’uomo in ricerca, spazio aperto per la custodia della tradizione (o meglio delle molteplici tradizioni delle Chiese ortodosse: bizantina, slava, romena, georgiana e, fino al XIII secolo, anche latina), ma soprattutto vivente testimonianza della vita secondo lo Spirito.
    Con i suoi venti monasteri con monaci di diverse nazionalità, il Monte Athos è un autentico laboratorio d’integrazione della diversità culturale, un ponte per la riconciliazione di culture e tradizioni diverse e, infine, un segno concreto di come, nel rispetto della libertà della persona, l’unità nella diversità sia possibile.
    Della poliedrica eredità culturale e della viva realtà spirituale della Santa Montagna, testimoniano anche i saggi raccolti in questo secondo volume della collana Monte Athos: Percorsi di spiritualità, dal titolo suggestivo di L’Athos e l’Occidente.

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