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    Dal VI secolo la Regola di San Benedetto ritma il quotidiano di numerose comunità monastiche nel mondo. Serve anche come guida a laici che si riconoscono nella spiritualità benedettina e, fenomeno recente, a capi di impresa. In un’esplosiva introduzione, Dom Guillaume disegna quindici secoli di epopea e di influenza benedettina. Per lui il monachesimo incarna la sintesi più compiuta del cristianesimo rispondendo a tre campi in cui la sete dei nostri contemporanei è profondamente viva: la spiritualità, la teologia e l’arte di vivere. Da qui nasce il suo credo che stupirà molti: il XXI secolo sarà monastico, o non sarà.

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    Itala Mela, monachesimo e mondo

    Itala Mela, insegnante di lettere, fece della scuola la sua missione, in parallelo all’attività nella Fuci (primi anni Venti del secolo scorso) fino a quando la malattia infranse il progetto di una monacazione in Belgio per partecipare poi a una fondazione benedettina in Italia che si ispirasse al rinnovamento liturgico che si stava diffondendo. A poco a poco si impose, per inabilità all’insegnamento, la rinuncia alla cattedra statale. In casa – coi genitori prima, poi il padre e la zia non credenti – visse i voti dell’oblazione benedettina secolare consacrata, forte della Regola di san Benedetto che le dava il perimetro esterno di un cammino imperniato su una vocazione unica, nitida fin dal 1930: «La volontà di Cristo, che io sento imperiosa nel profondo della mia anima, è di trascinarmi, d’immergermi con Se stesso negli abissi della Santissima Trinità». Dopo lo sfollamento sull’Appennino durante il secondo conflitto mondiale, Itala riuscì a dedicarsi – in obbedienza al vescovo di La Spezia, la sua città – all’animazione del mondo culturale e cattolico tra il 1946 e il 1953, presenziando o seguendo da lontano le iniziative che suscitava. Alla sua morte è stato consensuale il riconoscimento della sua «immensa capacità di donazione umana» e dell’esercizio effettivo di amare verso tutti «con profonda tenerezza».

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    La Santa Montagna dell’Athos, ultimo grande rifugio dei monaci dell’impero bizantino, che l’invasione araba prima e poi l’avanzata dei turchi selgiuchidi avevano progressivamente risospinto a occidente, è il cuore spirituale dell’Ortodossia: luogo di ricerca di Dio e accoglienza dell’uomo in ricerca, spazio aperto per la custodia della tradizione (o meglio delle molteplici tradizioni delle Chiese ortodosse: bizantina, slava, romena, georgiana e, fino al XIII secolo, anche latina), ma soprattutto vivente testimonianza della vita secondo lo Spirito.
    Con i suoi venti monasteri con monaci di diverse nazionalità, il Monte Athos è un autentico laboratorio d’integrazione della diversità culturale, un ponte per la riconciliazione di culture e tradizioni diverse e, infine, un segno concreto di come, nel rispetto della libertà della persona, l’unità nella diversità sia possibile.
    Della poliedrica eredità culturale e della viva realtà spirituale della Santa Montagna, testimoniano anche i saggi raccolti in questo secondo volume della collana Monte Athos: Percorsi di spiritualità, dal titolo suggestivo di L’Athos e l’Occidente.

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