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    con il D.P.R. 17-04-2016

    Negli ultimi anni la prova scientifica, e quella genetica in particolare, ha conquistato il centro della scena in molte indagini per crimini efferati. Dietro a queste indagini, cresce il volume di casi in cui al D.N.A. si affidano le speranze per orientare al meglio l’attività investigativa. La rapida evoluzione delle tecniche di analisi mette oggi, a disposizione della giustizia, possibilità impensabili solo fino a ieri. L’incremento della sensibilità analitica innalza, in modo esponenziale, la complessità dell’interpretazione del risultato. Più la tecnica viene portata ai suoi estremi e più torna a dominare il punto di vista soggettivo dell’esperto. Tanto lo strumento scientifico è potente e complesso, tanto il profano – tra cui vi è il magistrato – ne subisce il fascino, convinto di non poter mettere in discussione il sapere che gli viene offerto. Forse l’errore nella valutazione della prova si fa più raro, ma quando si verifica, è decisivo. Il giudice, così come il pubblico ministero, deve diventare un fruitore consapevole di “scienza” e cessare di essere un soggetto passivo che delega all’esterno la soluzione del caso. Per ottenere questo è necessario costruire un ponte tra sapere scientifico e giuridico, il che vuole dire non solo istruire i magistrati sull’ultimo ritrovato forense, ma costruire un linguaggio e un patrimonio metodologico comune affinché ciascuno – giurista e scienziato – comprenda le esigenze e il modo di ragionare dell’altro.

    Ugo Ricci è genetista forense presso l’Azienda ospedaliero-universitaria di Careggi a Firenze. Autore di libri e di articoli scientifici, è stato ispettore nella polizia scientifica e tuttora collabora con l’autorità giudiziaria per varie materie della criminalistica.

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